Si è da poco conclusa a VeronaFiere l’edizione 2026 di Vinitaly, lasciando in eredità al comparto vitivinicolo indicazioni chiare sulle direttrici di crescita future. Al centro del dibattito economico non c’è solo il prodotto, ma la capacità del settore di evolvere attraverso la diversificazione dell’offerta e la digitalizzazione dei processi decisionali.
Uno dei fronti più caldi è quello dei vini no e low alcol. Se fino a oggi questo segmento è stato appannaggio quasi esclusivo della Gdo e dell’alta ristorazione, la recente apertura normativa sulla produzione nazionale in Italia segna un punto di svolta. L’obiettivo è ora la democratizzazione del consumo: dalle pizzerie ai locali casual, il vino a basso o nullo tenore alcolico punta a conquistare una platea sempre più ampia di consumatori attenti al benessere.
Tuttavia, l’espansione del mercato non può prescindere dalla conoscenza. L’accordo strategico siglato tra Uiv (Unione italiana vini) e Fipe nasce proprio per colmare un vuoto informativo critico: la mancanza di dati puntuali sui consumi nel canale Horeca. Senza numeri certi, la programmazione aziendale resta infatti un esercizio di stile; la collaborazione mira dunque a fornire ai produttori gli strumenti analitici necessari per pianificare la produzione in base alla domanda reale.
