Horeca, la riapertura c’è, ma non per tutti

In base a una ricerca di Formind, circa il 70% dei pubblici esercizi ha intenzione di riaprire, ma tra mancanza di liquidità e probabile calo della domanda al consumo la situazione rimane complicata
Horeca, la riapertura c’è, ma non per tutti

Riapertura tra incertezze, difficoltà e timori. È questo il sentiment che caratterizza gli operatori del canale Horeca in base a una ricerca di Formind, società di consulenza aziendale, che attraverso il panel MindforHoreca monitora sistematicamente il mercato del fuori casa.

L’indagine ha fatto emergere una serie di dati relativi ai tempi di riapertura e al numero di esercizi a rischio, alla loro capacità finanziaria dopo la fase di lockdown, al relativo indice di liquidità, alle principali aree di criticità, all’impatto dei costi nella fase 2, al nuovo conto economico e al possibile impatto sui prezzi al consumo.

RIAPERTURA A MACCHIA DI LEOPARDO

La ricerca, condotta nell’ambito degli esercenti che fanno parte del panel MindforHoreca, è stata realizzata nelle ultime due settimane di aprile e nella prima settimana di maggio, quindi dopo che sono state definite le norme per la ripartenza della fase 2 e il calendario della ripartenza.

Da sottolineare immediatamente che la ripartenza non riguarda tutti i pubblici esercizi: infatti, mediamente il 70% degli esercizi commerciali tenderà a riaprire prima possibile, con una forbice molto ampia, che varia tra il 45% delle discoteche e l’85% del bar notturno.

Secondo la ricerca, molti esercenti posticiperanno l’apertura dopo la stagione estiva e molti altri, soprattutto gli albergatori, rimanderanno la ripartenza al prossimo anno.

Questi segnali di difficoltà sono confermati dal peggioramento della liquidità: si profila un incremento dei giorni credito significativo, con un aumento dell’esposizione media per la filiera tra il 15% ed il 20% e un aumento delle esposizioni oltre i 60 giorni per circa il 50% degli operatori. In questo ambito, sarà il bar diurno che soffrirà maggiormente a causa delle caratteristiche intrinseche dell’impresa, molto spesso a carattere familiare, di ridotte dimensioni e di relativa breve storicità di gestione.

A questo si devono aggiungere ulteriori incertezze legate alle procedure di sanificazione non delineate e costose, una forte preoccupazione per le norme che regoleranno l’erogazione del servizio, non solo per i costi degli adeguamenti, ma soprattutto per le limitazioni che queste misure imporranno alle consuete rotazioni.

Ulteriore preoccupazione, sempre in base i dati emersi, la prevedibile flessione della domanda al consumo, che viene misurata dagli esercenti con un’ampia forbice tra le diverse tipologie, ma vede concordi gli operatori nell’identificare una stima media di flessione del 50 per cento.

Ma le ombre che gravano sugli esercenti non sono finite qui. L’aumento significativo dei costi fissi dovuti alla fase 2, infatti, ha raggiunto incrementi a 2 cifre, molto diversi a seconda delle differenti tipologie di esercizi commerciali, con un picco massimo rilevato nelle strutture alberghiere: +36 per cento.

La combinazione di tutti questi elementi determina un rischio concreto di non riapertura per circa 50.000 attività, che trova il suo apice nel mondo della ristorazione, -24% degli esercizi, categoria molto coinvolta sia nella riduzione delle rotazioni che nell’aumento dei costi di riorganizzazione.

Dulcis in fundo, il possibile aumento dei prezzi al consumo, che si profilerà con un ordine medio tra il 3% ed il 6 per cento a causa di una serie di fattori, tra cui i danni subiti da industria e distribuzione in questi ultimi due mesi.

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